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mercoledì 15 febbraio 2012

Notizie dalle Filippine, di fr. Luciano

 Sotto la pelle scorre lo stesso sangue

Oltre il mito dell’inculturazione

Arrivato da poco tempo nel “filippino oriente” ed impegnato nello studio della lingua inglese, una parola mi aveva colpito “Under the skin same blood flows”. Una delle tante espressioni idiomatiche che uno cerca di imparare. A distanza di qualche mese ritrovo il libretto con detti e proverbi. La mia fantasia ha trasformato il testo originale che recita “Fratelli sotto la pelle” ossia “Brothers under the skin”. Il senso però è quello e diventa per me un piccolo faro per addentrarmi in modo semplice nella complessità della diversità.

Inculturazione è il termine usato per indicare la strada che porta in un altro mondo. Chi cerca di “in-culturarsi” si trasforma se entra senza giudicare; si adatta senza rinunciare e propone senza pretendere. Sono modalità che rispettano l’uguaglianza e permettono il reciproco riconoscimento. Così cerco di descrivere il mio breve itinerario nella novità del sol levante, una terra di isole che si rivela e si nasconde. Tre i passi che possono diventare generatori.

1. Dalla meraviglia all’adattamento

 

Appena arrivi vorresti memorizzare e fotografare, scrivere e comunicare tutto ciò che vedi e percepisci. Legittima necessità che è quella di “raccontare” un universo sconosciuto e assolutamente disponibile ad essere osservato. Il mondo semplificato del popolo filippino, in larga parte  ancora legato alle necessità primarie di sussistenza, non nasconde i suoi limiti e fatica a mostrare le sue aspirazioni. Ritorni indietro nel tempo e rivedi spezzoni di vissuto sociale e di economia  spicciola. Ma la prospettiva era diversa! Sta di fatto che tante cose ti obbligano ad aprire gli occhi della mente e del cuore.

E ti fermi ad osservare e a riflettere, ti poni domande e immagini possibili soluzioni. In un contesto privilegiato dalla natura e castigato dalla storia cattiva dell’uomo le contraddizioni sono più evidenti e i mali diventano più atroci. Ad esempio: cade tanta pioggia, i fiumi si ingrossano e debordano. Non perché le acque siano incontrollabili ma per l’incuria civile e l’interesse egoistico di chi taglia la foresta a monte e lascia trascinare enormi tronchi che ostruiscono i ponti a valle. Oppure la rapacità di chi sfrutta l’immediata bisogno di guadagno della gente acquistandone le terre per poi sfruttarne la dipendenza. Meccanismi iniqui che, però, funzionano.

E’ stata il primo modo per entrare nella nuova cultura, panorama intricato, che tuttavia esige di essere analizzato. E poi ti colpisce una naturale propensione all’accondiscendenza sovente accompagnata dal sorriso. Una sorta di rassegnazione interiorizzata da generazioni che fa quasi parte del codice genetico? Troppo, forse, ma vero è che gli orizzonti aperti di questo infinito arcipelago non corrispondono ad un naturale impulso di conquista e di lotta. Piuttosto ad un adattamento che genera una psicologia più della ripetitività che del cambiamento.

Succede poi che l’osservatore per un po’ interrompe gli scatti fotografici. Ma le immagini continuano ad “impressionare” la pellicola della coscienza. Condizioni igieniche precarie che non fanno problema; tante abitazioni che emanano povertà; situazioni fisiche che trascinano l’impossibilità di cura. Il tasso di sofferenza, quello, è difficile da misurare ma tanti volti non la nascondono. Pur opacizzata da una atavica resilienza al dolore e alla fatica.

Mi sono allora chiesto se l’abitudine a guardare si stesse trasformando in assuefazione o generasse una differente presa di coscienza. E mi sono accorto che l’attenzione doveva spostarsi dall’involucro esterno e anche dalla poesia della novità alle modalità comunicative. Credo che per conoscere un popolo occorre capire il suo linguaggio.

La sua lingua, certo, ma prima ancora cosa intende dire con l’espressione non verbale. Ad esempio il movimento della testa per annuire, alzandola leggermente all’indietro; i saluti con poco contatto fisico; il silenzio quando sarebbe logica una spiegazione. Oppure la reverenza di prendere la mano della persona che si rispetta e portarla alla fronte: una richiesta di benedizione. O ancora, il modo di guardare te, straniero, quando sei per strada o fai la spesa al mercato. Rappresenti ancora una novità, ma ciò ti aiuta a capire come muoverti nelle relazioni. E cioè con discrezione perché una battuta scherzosa, ad esempio, può essere interpretata come offensiva oppure ineducata.

Posso dire di essere transitato dalla curiosità epidermica all’interesse che può diventare abitudine mentale a scavare dentro i “perché succede” senza fermarsi al “cosa capita”. Una prima esigenza di chi esplora il mondo degli altri.

 

2. Dall’interpretazione all’accettazione

 

Ma, quando credi di avere capito comincia il mistero. Paradossale e tuttavia l’ho sperimentato, specialmente nelle relazioni corte. L’incognita la trovi ovunque ma qui l’urgenza e la fretta di connotare persone e situazioni mi fa prendere qualche abbaglio. Ad esempio concedi totale fiducia e poi decidi che è meglio procedere gradualmente. Oppure ti lasci persuadere dal “sì” spontaneo e convinto per poi accorgerti che è una sorta di comune anestetico per addolcire l’impatto relazionale o per aggirare la richiesta. E impari a non giudicare queste reazioni ma a leggerle come “fenomeno culturale”.

Naturalmente ti interroghi. Raccogli elementi da analizzare e interpretare. Perché non sviluppano un sistema cooperativistico per superare il monopolio dei grandi proprietari che dispongono di enormi quantità di terre e capitali? Perché non organizzano una civile ma convinta protesta per i fondamentali diritti; per il rispetto dell’ambiente; contro lo sfruttamento delle risorse? Perché tanta fatica in lavori manuali che l’uso di una macchina potrebbe evitare? Perché tante contraddizioni in un paese dalle molte risorse di cui solo pochi possono ampiamente fruire? E tante altre legittime domande.

Tenti allora delle risposte; così mi è successo. Chiedi, leggi qualcosa, consideri le coordinate socio-economiche e ti dai una ragione. Un governo democratico che assomiglia di più ad una oligarchia; un’economia in mano a pochi; una debolezza reattiva e di contrasto della base popolare. Assieme ad altri fattori antropologici e psicologici quali la frammentazione identitaria e la “pacifica indole” della gente. In una parola lo loro storia attuale e pregressa dentro alla quale tu inventi possibili soluzioni.

E ti ritrovi ad immaginare un’azienda agricola organizzata e produttiva dove i lavoratori sono anche proprietari; le strade della città alberate e con marciapiedi; i mezzi di trasporto controllati nell’emissione di Co2; l’edilizia popolare degna della convivenza familiare. E così via con i sogni, non impossibili. Ma sei di fronte ad una situazione non proprio cristallizzata seppure in affanno in ordine ad un positivo miglioramento.

Cosa impari? Ad accettare lo scarto tra ciò che potrebbe essere e la realtà. A non pretendere da altri un progresso che, proporzioni fatte, nemmeno nella madrepatria oseresti sperare. Guardi al futuro di un popolo e lo vedi uguale al problematico presente. Ma guardi il popolo e lo trovi disposto  ad accettare un incerto futuro. Qui, forse, c’è una chiave di lettura per l’inculturazione: la diversa percezione delle cose della vita, cioè una risposta interiore. Non è questione di giusto o sbagliato ma di un atteggiamento a noi poco noto che permette di fronteggiare le avversità sia della natura che sociali.

Per ora non riesco a dire di più ma la lezione è questa e mi adatto sperando però nella fantasia di una nazione. Rispetto la differenza ma non rinuncio a pensare che le giovani generazioni abbiano uno scatto di orgoglio e di competenza.

 

3. Dal potere al servizio

 

Anch’io porto la mano al petto quando l’assemblea canta l’inno nazionale. “Bayang magiliw, perlas ng silanganan: Dolce paese natale, perla d’oriente”. Non è folklore perché qui il cuore ce lo mettono davvero quando il vento agita la bandiera rosso-blu con il sole ad otto raggi e le tre stelle  in oro. Percepisci che ci credono e che è possibile riconoscersi dentro un evento simbolico quali le parole e le note di un inno. Altra porta di entrata, questa, in un mondo che accetta i suoi limiti e trova ragioni vitali più nel sentimento che nella razionalità. Un popolo che privilegia l’arte plastica del movimento all’espressione pittorica o scultorea. Anche questi, segnali di cultura.

Si sa tuttavia che dentro questa storia ci sono dominazioni varie: i lunghi trecento anni di quella spagnola,  i 50 degli Stati Uniti ed i quattro anni dei giapponesi. Con tutte le contaminazioni che esse comportano: soprattutto religiose quelle ispaniche e linguistiche quelle a “stelle-strisce”. Senza contare gli influssi degli altri paesi asiatici, come quelli commerciali cinesi, o migratori indonesiani. Ora, ci sono anche gli undici milioni di Filippini all’estero e anche questi contribuiscono alla miscela culturale che ha plasmato e plasma il paese delle 7000 isole.

Tenendo conto di tutto questo intuisco i sentimenti di un “locale” quando arriva uno straniero e io sono uno di questi. Non so bene se prevalga il timore di neocolonialismo o la speranza di aiuto. Oppure l’accettazione del nuovo arrivato, semplicemente. Capisco di trovarmi in una situazione di privilegio per le possibilità che ha un occidentale ma anche di debolezza per le difficoltà di capire e comunicare. Cosa significa, allora, “in-culturarsi”? Quale strada percorrere per interagire in questo universo? E’ il pensiero che coltivo con cura per evitare errori con la gente di qui.

Mi sono dato una risposta facile che è quella di mettere a disposizione il poco o tanto che sono e che ho. Una logica differente da quella economica o di potere. In questa scia mi sembra possibile il rispetto del patrimonio di storia, mentalità e abitudini. Vorrebbe essere la strategia della gratuità opposta a quella del profitto. Tuttavia non so quale sia la percezione della gente anche perché vedono che i mezzi a tua disposizione sono di molto superiori alle comuni condizioni di vita. Non sempre facile spiegare che il lavoro nella scuola o nella formazione ha uno scopo diverso da quello di una multinazionale!

E si insinua un piccolo tarlo che merita ascolto. “Vieni qui per condividere ma, alla fine, prevale la logica buona del ‘dare’ perché di fatto è quanto puoi immediatamente fare”. E’ vero, ci sono esempi fulgidi di stranieri che sono riusciti ad immedesimarsi, quasi a perdere l’identità di origine per assumerne una nuova ma ci vogliono anni, pazienza e volontà. Per ora accetto la situazione dialettica poiché l’inculturazione non è cosa semplice.

 

Tento, allora, di spiegare titolo e sottotilo di questa riflessione. Cambiare pelle è complicato, anzi è quasi un “mito”. Come a dire che rimani fondamentalmente quanto hai assorbito dalla tua storia e cultura. Se vai oltre i tuoi confini ti porti dietro te stesso. Non è solo questione di acquisire abitudini locali, culinarie o comportamentali; di imparare la lingua, cosa indispensabile; di approfondire la storia e i costumi. La strada più percorribile mi sembra quella di andare “sotto la pelle” per trovare ciò che c’è di comune: il sangue che scorre, appunto. C’è un denominatore per tutti ed è l’uguale umanità che permette di ri-conoscersi e di “in-culturarsi”, in ogni angolo della terra.

 

Mi piace concludere con l’esempio alto, offerto da Paolo quando scrive ai Corinzi: “Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro”. (1 Cor. 9, 22-23)

Per me e per tutti coloro che si muovono nell’annuncio della Buona Notizia ciò che conta è spendersi in un contesto definito, con delle persone precise. Questo mi sembra incarnare il Vangelo cioè “coltivarlo”. Un significato, aggiunto, al termine “in-culturazione” potrebbe allora suonare così: stare con pazienza e permettere di crescere.

 

fr. Luciano Zanini

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