Casa Papa Francesco
S.ta San Pietro 14, Sanremo
martedì 8 marzo 2011

Aggiornamenti dalle Filippine di fr. Luciano

Una domenica “fuori porta

“Brother”, è sicuramente la parola che risuona di più quando fai un giro nel quartiere di Lasang o di Bucana, qui vicini. Si tratta del saluto che ti rivolgono poiché capiscono che sei del “Gabriel Ta­borin College” e la tua qualifica è quella di “brother”, appunto. Cosa intuiscano ci sia dietro, è diffi­cile da verificare. Se poi hai una semplice conversazione con qualcuno che conosci, insegnanti, ra­gazzi, personale della scuola, l’intercalare “brother” con cui ti interpellano è quasi soffocante e be­nefico allo stesso tempo. Tante e ripetute volte! Questo, sempre mi sorprende e mi stimola a riflet­tere.

Mi sembra di cogliere un senso di familiarità con cui il termine “fratello” viene usato. E risponde, di fatto, a quella che è la sua funzione. In una famiglia, fratello, è stare sullo stesso piano; è condi­videre; è preoccuparsi dell’altro nella semplice gratuità che nasce dalla stessa paternità e maternità. La famiglia umana, allargata, che trovi dove le circostanze e la mano di Dio ti guidano risponde alle stesse regole, sviluppa le stesse dinamiche del focolare domestico. Certo, i legami sono diversi. Ma lì sta la sfida: trasformare le relazioni. Senza essere ingenui ma con impegno e convinzione. Anche nei nuclei più ristretti ci sono differenze e difficoltà a comunicare ma ciò che importa è il sogno di un mondo pacificato. Da realizzare dove ognuno si trova e con le persone reali che incrocia.

Così, con questo sguardo, una domenica pomeriggio mi dirigo, assieme alla mia comunità, nel cuore di una zona collinosa a mezzora dalla città: “Malibu Fatima”. Un territorio che percorriamo, poi, per più di due ore a piedi. Una lunga strada, ora sterrata, ora cementata che corre su uno stretto spartiacque con ripidissimi versanti verdi di vegetazione. L’impressione è che il tempo si sia fer­mato. Se non fosse per le moto con 3-4-5 persone che scorrono veloci o per “jeepny” stracarichi, come qui chiamano dei mini-bus, sembrerebbe di essere in una storia senza date. Ritmi semplicis­simi, occupazioni primarie, sguardi curiosi ma composti.

Ecco, una prima vigilanza è quella di abbandonare categorie sociologiche “occidentali” di analisi nei confronti delle condizioni della gente. Si tratta di situazioni che riflettono, sicuramente, delle scelte lontane nel tempo e condizionate da fattori politico-ambientali. Perché un solo punto d’acqua per vari gruppi di case e di persone? Perché stanno tutto il pomeriggio assiepati su poche panche a chiaccherare? Perché tanta fatica per la legna della cucina? E altri perché che sono i nostri, legittimi, ma che derivano da un passato diverso. Noi non ce la faremmo, forse, a sopportare psicologica­mente questa calma lontani dai consumi e dal movimento. Qui tutto sembra uguale a se stesso, giorno dopo giorno. Una clausura senza spazi, aperta su orizzonti senza limiti e un silenzio popolato dai suoni che la natura regala. Ma anche una essenzialità che obbliga ad attrezzarsi fisicamente e interiormente per ritmi regolati da ciò che è fondamentale per vivere: cibo, acqua, fuoco. Chi sogna un bucolico ritorno a paradisi perduti può confrontarsi con queste latitudini e poi decidere.

Ma lo sguardo più attento è alle persone e a come convivono. E’ chiaro che anche qui ci sono tracce del “progresso” ma sono così semplificate che quasi non appaiono. Ed allora è più facile notare chi popola questa terra. Poche sono le differenze! Qualche costruzione un po’ più curata ma per il resto si coglie un tenore sociale che pone tutti allo stesso livello. I bambini giocano con niente; qualche adulto lavora, gli altri conversano e c’è anche chi beve. Le donne si danno alle faccende domestiche di pulizia e di cucina.

Le cappelle costituiscono un punto di riferimento per la comunità. Se ne incontrano di ben curate, segno di una partecipazione regolare e di qualcuno particolarmente incaricato del luogo e dell’animazione. Esistono poi delle strutture per l’incontro e la parola, magari per prendere delle decisioni comunitarie. Microsocietà che hanno un minimo di struttura per svolgere l’attività religiosa e civile. C’è poi la macrosocietà ma quella è lontana. Importante è mantenere e coltivare dei legami che assicurano un’appartenenza e un’identità.

Un pomeriggio è niente per impadronirsi di abitudini e modi di essere. Si coglie la superficie, si saluta e ci si rende conto che si può vivere in modo talmente diverso. Una domanda, non tanto difficile, mi è venuta spontanea: “Dove sta la felicità?”. In una casetta dal tetto di paglia ai confini del cielo, senza bagno e senza frigorifero, o nei sofisticati mezzi di trasmissione che “ci possiedono”? La risposta, ovviamente, è da cercare nelle ragioni di vita che ognuno riesce a darsi, in qualsiasi situazione. E che possono anche sollecitare a cambiare qualcosa.

fr. Luciano Zanini

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