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martedì 25 gennaio 2011

da AVVENIRE 13.01.2011 “Haiti un anno dopo”

Haiti in bianco per l’anniversario Ma la gente vuole ricominciare

L’impegno di Caritas nelle campagne per far ripartire l’economia dell’isola «Qui il colera uccide di nascosto, nessuno conta le vittime che son già 10mila»

Sono arrivati a piccoli gruppi, in silenzio, rigorosamente vestiti di bianco, il colore del lutto ad Haiti. Tra le rovine di quel che resta della Cattedrale, c’era un bagno di folla ieri. Per ricordare il momento in cui, un anno fa, la terra tremò. E Port-au-Prince fu ingoiata in una nuvola di polvere rossastra. Oltre 230mi­la persone morirono sul colpo, ma il bilancio era destinato a crescere, crescere, fino a 316mila vittime, il numero agghiacciante aggiornato proprio ieri dal premier Bellerive.

I familiari hanno elencato uno ad uno i nomi degli scomparsi, prima dell’inizio della Messa celebrata dall’inviato del Papa, il cardinale Robert Sarah. Alla funzione erano presenti anche il delegato speciale dall’Onu per la ricostruzione Bill Clinton, il rapper Wycleaf Jean e il contestatissimo presidente René Pre­val. Scuole, banche, negozi sono rimasti chiusi, mentre le radio – principale strumento di comunicazio­ne nell’isola, soprattutto per gli sfollati – hanno trasmesso musica solenne. Alle 16.53 – l’ora della prima, scossa – è stato osservato un minuto di silenzio. La commozione non ha cancellato, però, le polemiche. A pochi passi dalla cattedrale, le migliaia di tende disposte a casaccio sullo spiazzo di Champs de Mars – fino a un anno fa l’unica zona residenziale della già poverissima Port-au-Prince – ricordano le promesse tradite fatte agli haitiani nei giorni subito dopo l’emergenza. Oltre 800mila persone vivono sotto un te­lo di plastica, le macerie sono ancora lì, dove le ha scaraventate la furia del terremoto: in 12 mesi è stato rimosso meno del 20%.

Appena il 42% dei fondi internazionali previsti per il 2010 è arrivato. E la mancanza di un governo sta­bile – il presidente in carica è scaduto da un anno e i risultati del voto di novembre non sono ancora de­finitivi per i brogli – rischia di posticipare ancora la ricostruzione.

DAL NOSTRO INVIATO A PORT-AU-PRINCE

PAOLO LAMBRUSCHI

N el fiume che scende dalle colline dietro Port-au­ Prince bevono e si lavano uomini e animali. Non c’è altra acqua a Riviere Froid, 20mi­la abitanti, quasi la metà accor­si dalle colline dopo il sisma e il ciclone Tomas che a novembre ha distrutto i raccolti. È così in tutte le campagne di Haiti, le più depresse delle Americhe. Dove oggi si muore di nascosto.

«Il colera arriva in questo modo e la gente si ammala e muore senza che nessuno lo sappia – denuncia padre Leandre Destin, haitiano, superiore della con­gregazione locale dei Piccoli Fra­telli di Santa Teresa – nelle aree rurali del Paese sono già morte 6mila persone oltre alle 4mila decedute nella capitale. In tutto 10 mila morti, ma non si dice. I malati sono almeno 200mila». L’epide­mia dilaga per i­gnoranza delle norme igieniche, per la lontananza dagli ospedali e la carenza di latrine e acqua. I Piccoli Fratelli ne sono testimoni: vivono nelle zone più remote dove organizzano corsi quotidiani di prevenzione e distribuiscono bacinelle e amuchina per sciacquarsi le mani e acqua trattata col cloro. La Cari­tas italiana ha deciso di appoggiare i loro progetti di preven­zione sanitaria e quelli di svi­luppo delle comunità delle cam­pagne, per frenare, occupando almeno 1.500 persone, l’esodo verso le tendopoli della capitale. «Abbiamo capito ascoltando i partner locali che in questa fase dovevamo star fuori da Port-au-Prince per provare a decongestionarla – spiega Paolo Becce­gato, responsabile dell’area internazionale della Caritas – puntando su sanità, formazione e la­voro e facendo diventare protagoniste le comunità. La priorità è fermare il colera, finora 100mila persone hanno beneficiato dei nostri programmi preventivi». Ad Haiti la Caritas italiana è pre­sente con tre operatori per il coordinamento degli aiuti ed a­gisce a stretto contatto con la Ca­ritas nazionale caraibica, che ha raggiunto un milione di benefi­ciari.

Con la colletta indetta dalla Cei, l’organismo pastorale della Chiesa italiana, ha raccolto 21,6 milioni di euro avviando 51 pro­getti per circa 9,3 milioni. Come li ha impiegati?

«Siamo in una situazione ecce­zionale – prosegue Beccegato – perché il sisma, il colera e il ciclone Tomas sommati alla miseria pregressa hanno prolungato l’emergenza oltre ogni limite, co­stringendo un milione di persone a vivere accampate in condizioni disumane. Volevamo inci­dere sulla povertà, così mentre 3,2 milioni sono stati destinati all’emergenza e tre milioni alla ricostruzione, per la prima volta abbiamo investito un terzo della somma raccolta in progetti socio economici e formativi». Sostiene il direttore, monsignor Vittorio Nozza, che «statistiche, numeri e voci di budget non rac­contano la scelta di mettersi a servizio da compagni di strada e non da maestri».

Ad esempio non dicono quanta dignità restituiranno ai terremotati di Lillevoise, a Nord della capitale, i progetti della fondazione Fhrd, composta da cattolici haitiani e da padre Giuseppe Durante della missione degli Scalabriniani.

«Abbiamo comperato – afferma il missionario – alcuni terreni adiacenti alla missione per costruire case e rispondere all’emergenza abitativa. Il cantiere impiegherà sfollati mentre la Fondazione Marcegaglia donerà una macchina per fabbricare blocchi di cemento, introvabile sull’isola». Oltre all’edilizia, Fhrd stimolerà formazione professionale e agricoltura dando lavoro a 120 persone in un anno.

Né un bilancio calcola l’entusiasmo generato dal dell’economia solidale, progetto di Caritas di Haiti del quale la Caritas italiana ha pagato l’avvio. «Abbiamo fondato – racconta Anis Deiby, responsabile di Ecosol – nelle nostre dieci diocesi altrettante microimprese agricole e di servizi. La Caritas costituirà una cooperativa per erogare microcrediti. Lo scopo è creare nuove filiere produttive». In due anni mille persone troveranno lavoro. L’industria tessile che esporta magliette negli States ne impiega seimila. Si poteva fare di più? Alle accuse di inefficacia risponde la rete Caritas.

«Nel primo anno – spiega Jasmine Bates, segretaria delle 11 Caritas nazionali presenti ad Haiti – abbiamo investito 217 milioni di dollari, un terzo nell’emer­genza, il resto in formazione, sanità e alloggi provvisori aiutando un milione e mezzo di vittime e lavorando con diocesi e parrocchie. Contando l’intervento anti-colera, abbiamo speso tra il 50 e il 60 per cento del budget. Poco? Senza stabilità politica sfido non si può fare di più». Il braccio caritativo della Chiesa punta sul lungo periodo per impedirci di dimenticare Haiti.

A dare il via alle tante cerimonie è stata la Messa tra le rovine della cattedrale Anche Bill Clinton in mezzo alla folla

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