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martedì 11 novembre 2014

«Una casa ai senza dimora» L’Europa indica la strada

Housing FirstSono le «soluzioni nuove» auspicate anche dal vescovo di Bergamo, Francesco Beschi, che esorta a «non rassegnarsi a una società che produce continuamente scarti». Per Mike Allen (presidente Feantsa), anche la Ue deve fare la sua parte. «Finora ha pensato solo a salvare le banche e a tutelare i ricchi. L’Europa deve essere invece il luogo dove condividere la solidarietà».

«Continuiamo a considerare gli homeless come abitanti di una dimensione parallela. Invece bisogna preoccuparsi di restituire loro la dignità di cittadini». Stefano Galliani, presidente della Fiopsd, la Federazione italiana organismi per le persone senza dimora, invoca una rivoluzione copernicana nell’approccio a questa grande emergenza sociale. Da Bergamo, dove si sta svolgendo la conferenza europea sui senza dimora organizzata dalla Feantsa, Galliani invita ad applicare il principio ‘Housing first’, ovvero dare un tetto a chi non ce l’ha. Sembra l’uovo di Colombo, e per certi versi lo è. «È la scoperta dell’acqua calda – sottolinea Galliani – ma questo consente di rovesciare la prospettiva e passare dalla logica assistenziale a una promozionale ». Una scelta non più rimandabile, visto che i numeri del disagio continuano a crescere. In Italia i ‘clochard’ censiti sono 49mila (ultimo dato Istat) ma in realtà il fenomeno, ingrossato da crisi e migrazioni, è molto più ampio. Lo sfondo è drammatico: l’Europa vorrebbe trovarsi con 20 milioni di poveri in meno entro il 2020, ma i dati Eurostat dicono che negli ultimi due anni altri 6 milioni di persone sono finite in miseria. Di queste, la metà vive nel nostro Paese. «Molti frequentano mense e dormitori perché non ce la fanno più a pagare le bollette». Ecco perché il problema va affrontato alla radice. Con risorse pubbliche sempre più scarse, gestire l’emergenza non basta più.

«Attorno alla casa – ragiona Galliani – si può costruire una rete di sostegno impensabile in un dormitorio: da soggetti passivi, gli assistiti si trasformano in persone attive. Sono inquilini che contribuiscono come possono alle spese». Proprio a Bergamo è stato avviato il progetto ‘Rolling Stones’: 23 appartamenti messi a disposizione da fondazioni e privati ospitano una cinquantina di emarginati ‘cronici’, affetti da varie dipendenze. «Ognuno costa 25 euro al giorno alla Regione, che invece ne spenderebbe tra i 45 e i 120 per un posto in comunità di recupero». Housing First è insomma una forma di welfare sostenibile. «Lasciare la gente in strada costa di più – conferma Giacomo Invernizzi, direttore dell’Opera Bonomelli, capofila del progetto –: tra dormitori, ricoveri e spese per la sicurezza si va ben oltre i 25 euro». I risultati sono incoraggianti: più dell’80 per cento degli ospiti rimane in casa. Il percorso verso la reintegrazione sociale è tracciato. E che sia la strada giusta lo dimostra anche la Francia, che sta sperimentando ‘Housing First’ a Tolone, Marsiglia e Parigi. In 382 appartamenti hanno trovato posto 800 homeless: l’86 per cento ha messo radici, con notevoli benefici fisici e mentali. «Per pedalare bisogna prima di tutto avere la bicicletta» rimarca Pascale Estecahandy, responsabile del progetto. La Danimarca ha ‘alloggiato’ mille homeless in quattro anni, nove su dieci decidono di non trascorrere più notti all’addiaccio. 

Avvenire del 24/10/2014
MARCO BIROLINI

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