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venerdì 23 Maggio 2014

VIAGGIATORI VIAGGIANTI Simone Alterisio

Simone AlterisioEcco le riflessioni di un volontario che si è recato alla Fundaciòn Oasis de Amor y Paz ONG in Colombia… Simone Alterisio è un giovane di Santo Stefano al Mare, ha 27 anni, è laureato in giurisprudenza e si è specializzato in diritto internazionale presso l’università di Genova. Simone è pronipote di Alterisio Goffredo, il primo sindaco di Imperia dopo la guerra. Da marzo di questo anno si trova all’Oasi di Pace.

La sua è una testimonianza di una realtà che per noi è inimmaginabile e scioccante, molto lontana dagli schemi e dalle certezze della nostra società occidentale…

Cosa ci faccio in Colombia…

Abrego, Norte de Santander, Fundacion Oasis De Amor y Paz ONG…la mia meta.

Non pretendo raccontarvi la realtà, tanto meno la verità,  ma solo quello che i miei occhi vedono.

Quello che posso fare è aiutare i bambini che vivono nella Fondazione; bambini che per la maggior parte hanno un recentissimo passato vissuto tra piantagioni di coca e guerriglia nella regione del Catatumbo.

È nei loro occhi ancor prima che nelle loro parole e nelle loro storie, che piano piano e in confidenza fluiscono e stracciano la visione ovattata di un europeo abituato sì a viaggiare, ma in comodità e per diletto, che quel passato si rispecchia e li divora. Mi divora?

Sono storie che penso molti di voi,  o almeno gli interessati alle vicende di questo mondo, sicuramente avranno visto o ascoltato di simili in fotografie, libri, film, canzoni. Ma una volta spenta la tv, abbassate le cuffie o riposto il libro sul comodino, l’indignazione che era ardente, piano piano sfuma e lascia spazio ai pensieri di sempre, che la nostra società ci concede e ci permette.

Loro, sono figli di tutti, le loro storie sono la conseguenza delle nostre scelte. Sono il risultato delle decisioni che gli attori di una società ottusa ed eticamente corrotta perpetra giorno dopo giorno senza che nessuno se ne renda conto. Noi ci voltiamo dall’altra parte e seguiamo le nostre rotaie dritte e parallele, così sicure, così facili. Il percorso di ogni giorno che ci rassicura e ci fa sperare è il motore che schiaccia e consuma le nostre coscienze, non lascia spazio a nessun senso di colpa e scarica su quelle aree del mondo tutta l’indifferenza possibile: un gas tossico che oscura e soffoca le vite di chi per puro caso è nato altrove. Un altrove derelitto e imprigionato.

Ciò che importa, quindi, è cercare, in qualsiasi modo una persona riesca a farlo, di scegliere eticamente. Mi riferisco alle scelte di vita che ogni giorno facciamo, da quelle che sembrano insignificanti fino ad arrivare a quelle che segneranno il nostro destino di uomini.

È questa l’unica via che vedo per salvarci e per salvare.

La mia parte da spettatore egoista alle vicende del mondo l’ho fatta; l’ho fatta bene e l’ho interpretata da diverse prospettive. L’ho fatta studiando e vivendo in differenti luoghi, immergendomi in nuove culture e in immaginifiche esperienze. Mi sono innamorato di tutto questo. Ammetto che fossi seduto su una poltrona privilegiata. Ero quindi comodo e in prima fila quando sullo spettacolo è calato il sipario; ma vi racconto che almeno per questa volta, la prima volta nella mia vita, non mi sono alzato e non ho ripreso senza riflettere il  viaggio sui binari. Sono rimasto nella notte, ci ho vissuto un tempo, e arrivato al termine di essa ho scansato, decidendo finalmente di accompagnare un gruppo di uomini, giusti tra i giusti.

Gli uomini che hanno creduto e costruito un progetto, che combatte l’indifferenza e da respiro alla speranza di ragazzi e bambini che hanno il diritto inviolabile di solcare il mare sospinti dalla conoscenza.

Ora sono con loro, metto a disposizione ciò che ho appreso. Materialmente li aiuto con las tareas, cioè i compiti. Non è semplice per loro iniziare un’esperienza scolastica fatta di studio e di regole comportamentali da seguire. Sono ragazzi che non hanno l’abitudine a studiare, non l’hanno mai fatto, lo sforzo che a noi sembra naturale e minimo per alcuni di loro è difficilmente sopportabile. Ma ce la facciamo e pagina dopo pagina andiamo avanti; hanno capito che gli è data una piccola possibilità di uscita da un luogo barbaro, dove non comanda né la ragione né l’amore, ma solo brutalità, ignoranza e la plata, plata di coca, che forse fa muovere il mondo più di quanto si pensi. È carburante dei corpi e delle economie.

Oltre che aiutare i ragazzi nello studio e condividere la vita nella Fondazione, ho avuto la possibilità di visitare la regione del Catatumbo. Il territorio da dove la maggior parte dei ragazzi proviene.

Una regione fatta di povertà e calore asfissiante. Non ci sono strade asfaltate, non ci sono quasi le strade per come noi le conosciamo, ma sentieri accidentati e polverosi che rendono se non impossibili, per lo meno limitanti i viaggi da un paese all’altro. È palese che senza strade non ci possa essere commercio dei prodotti che la grande ricchezza di quelle terre permette di produrre. Non è quindi conveniente caricare su una moto  carichi di yucca, mais o derivati animali e intraprendere un viaggio di qualche ora al fine di venderli al mercato della città più vicina.  La coca quindi!

Percorrendo il territorio, si ci imbatte in terreni coltivati quasi esclusivamente a coca dove i ragazzi del posto lavorano comeraspachines , raccoglitori di foglie, per pochi Pesos che per la maggior parte vedranno il loro fine nei divertimenti e nell’alcool del fine settimana.

Le piantagioni sono totalmente controllate dai narcotrafficanti e dalla guerrillia. È quest’ultima che comanda la regione. Lo stato è assente e per qualsiasi problema è a loro che le persone del posto devono rivolgersi. Non è raro neppure incontrare striscioni attaccati ai muri con i quali la guerriglieri promulgano le proprie leggi, che tutti rispettano senza il minimo dubbio.

Il popolo campesinos, almeno per la maggior parte e  per quello che ho potuto constatare parlando con molti di loro, non è contro la guerrillia, anzi la vede come unica fonte di sopravvivenza e di ordine. Sono loro che pagano per il lavoro svolto nelle piantagioni  e sono loro che mantengono l’ordine, difendendo i paesi dai ladrones e dagli attacchi paramilitari.

In quei giorni un qualche problema idraulico ha tolto anche l’acqua al paese. L’unica fonte di ristoro era il fiume.

In conclusione e brevemente, in quel territorio è assente sì lo stato ed un’idea di stato, ma soprattutto è assente un’idea di mondo nuovo. Un’idea di vita differente, di conoscenza, di andare oltre quello che si è e si sta vivendo. La guerriglia che ormai ha perduto quei principi cardini e originali che  non mi sentirei di criticare, conosce essa sì il potere della conoscenza e per questo sottrae questo diritto al popolo. Lo status quo deve resistere, senza se e senza ma.

Io come loro, sto per l’alto mare aperto, sperando che Atena come ha già fatto prima, mi e li aiuti a tornare alla nostra Itaca.

Pagina dopo pagina, un viaggio nella lotta continua. Un viaggio per restare umani.

One thought on “VIAGGIATORI VIAGGIANTI Simone Alterisio”


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